Che cosa confessare?

 

Almeno tutti i peccati mortali di cui si ha cognizione o memoria, dopo un serio esame di coscienza in rapporto ai comandamenti del Signore e ai precetti della carità verso Dio e verso il prossimo.
Si devono confessare anche le circostanze aggravanti (come ad esempio rapporti con donna libera o sposata; furti di cose altrui, o furti di cose sacre compiuti in luoghi sacri; anche la frequenza e la ripetitività è circostanza aggravante del peccato).

Scoto si sofferma pure su quelle che sono condizioni da parte del penitente per una buona confessione, e quelli che sono i doveri del sacerdote che assolve.
Effetti obbligatori della confessione sono per il penitente: restituzione delle cose rubate, se possibile; restituzione dell'onore tolto; riparazione dei danni causati; perdono da concedere a chi è stato offeso o odiato; richiesta di scusa a chi è stato offeso; penitenza, ordinata dal confessore, da eseguire...

Scoto esamina a lungo le tre parti componenti la 'penitenza', ossia: la contrizione (o almeno l'attrizione), la confessione, la soddisfazione.
Senza la contrizione, ossia il dispiacere di aver commesso il peccato, e quindi di aver offeso Dio trasgredendo la sua Legge, non vi può essere perdono. Il sacerdote assolve con l'assistenza di Dio, il quale ha stabilito come una specie di patto con cui si impegna a cooperare con la sua Chiesa nel concedere l'effetto significato da ogni singolo sacramento (vol. XI, p. 112), e quindi nel caso specifico a liberare l'anima dal peccato quando il sacerdote assolve il penitente (d. 14 n. 195).
II sacramento della penitenza, come tale, è l'assoluzione di una persona pentita, fatta con parole precise, con l'intenzione debita, pronunciate dal sacerdote che per istituzione divina ne ha la giurisdizione, che significano efficacemente l'assoluzione dell'anima dal peccato (d. 14 n. 195). La confessione è indispensabile, cioè la rivelazione dei peccati commessi, in modo che il sacerdote sappia da che cosa assolve. La confessione deve essere integrale, fatta ad un unico sacerdote, non spartita tra due o più sacerdoti.

La soddisfazione, la "satisfactio", imposta dal confessore o da lui approvata è un'opera laboriosa, cioè faticosa, che magari provoca un po' di sofferenza, deve cioè essere una "pena", volontariamente accettata per punire il proprio peccato e per placare l'offesa recata a Dio: può essere il digiuno, la preghiera, o azioni volontariamente decise, oppure è una pena tollerata (ad esempio una malattia).
I doveri del sacerdote sono: mai rivelare i peccati manifestatigli in confessione (neppure sotto minaccia di morte).
Tanti altri particolari, riguardanti il penitente e il sacerdote che assolve, vengono dettagliatamente elencati e spiegati da Scoto.

Per quanto riguarda il sacramento dell'unzione degli infermi. Duns Scoto non si sofferma a lungo: esso infatti risulta chiaro dalle parole di S. Giacomo nella sua lettera canonica, al cap. 5, 14-15. Scoto ne da una definizione o una descrizione esaustiva, che poi spiega dettagliatamente.
Si sofferma anche sulla sua istituzione, che certamente proviene da Cristo, sebbene sia stata enunciata e raccomandata da Giacomo.

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