[Trascrizione della Conferenza tenuta dal prof. Bernardino De Armellada, ofmcap, presso la Pontificia Università Antonianum in occasione dell'Atto Accademico in onore del beato Giovanni Duns Scoto, il giorno 8 novembre 2009]

 

L'eucaristia in Scoto: sacramento dell'unità della Chiesa

 

Nei miei primi anni all'Antonianum, nella decade degli 80, potei vedere per caso nelle dispense d'uno studente procedente dalla facoltà teologica di Kinshasa, prima di diventare Università Cattolica del Congo, che nel trattato sull'Eucaristia e concretamente sul tema della transustanziazione, tra gli avversari, dunque eretici, appariva il nostro venerato maestro Giovanni Duns Scoto. E questo, dopo la lettera 'Alma Parens' di Paolo VI (1966) e dopo l'approvazione ufficiale degli scritti di Scoto nel 1973.

Giovanni Paolo II, nell'omelia della così detta beatificazione di Scoto (20 marzo 1993), dice che la gloria di Dio "risplende nella dottrina e nella santità di vita del Beato Giovanni, cantore del Verbo Incarnato e difensore dell'Immacolato Concepimento di Maria..." Non chiama Scoto teologo dell'Eucaristia. Questo l'avevano fatto i Ministri generali il 6 gennaio dello stesso anno nella loro lettera di congratulazione davanti all'imminente evento della detta beatificazione.

"Nella storia della riflessione cristiana, scrivono, Scoto s'impose come il Teologo del Verbo Incarnato, crocifisso ed eucaristico". Anche nella carta più recente dei Ministri generali nel centenario della morte di Scoto, si trova un riferimento all'Eucaristia: "Il cristocentrismo scotista, dicono, offre una visione mistica dell'universo. Il mondo si presenta come un diafano sacramento della divinità, un grande altare in cui si celebra la liturgia dell'Eucaristia".

È poi Benedetto XVI che non dimentica lo Scoto eucaristico nella sua lettera del 28 ottobre 2008 all' arcivescovo di Colonia a motivo del Congresso scotista nel VII centenario della morte di Scoto: "Fedele discepolo di san Francesco d'Assisi, il beato Giovanni contemplò e predicò assiduamente l'incarnazione e la passione salvifica del Figlio di Dio. Ma la carità o l'amore di Cristo si manifesta in modo speciale non soltanto sul Calvario, ma anche nel santissimo sacramento dell'Eucarestia", e riporta testi di Scoto di cui parleremo noi in seguito.


Le 'quaestiones' di Scoto sull'Eucarestia



Invero, Scoto non ci ha lasciato la ricchezza spirituale di Tommaso d'Aquino, con i suoi inni eucaristici nell'ufficio del Corpus Christi, né un sostanzioso trattato di preparazione alla Messa come Bonaventura. Comunque le sette distinzioni del commentario oxoniense sommano 28 diverse questioni, riproposte più brevemente nelle 30 questioni in 6 distinzioni dei Reportata Parisiensia. Per farsi idea del lavoro ingente del nostro Dottore basta citare come esempio alcune delle sue domande: L'Eucaristia è veramente sacramento? È possibile che il Corpo de Cristo si contenga sotto le specie? Come può trovarsi in vari loci allo stesso tempo, nel cielo e nell'Eucaristia? Nella sua esistenza naturale e quella sacramentale, possiede le stesse parti e proprietà? Una questione speciale si riferisce alle azioni immanenti, ecc.

Alla transustanziazione dedica tutta una distinzione con sette questioni: È possibile che un essere si converta in un altro essere? Cosa accade con la sostanza del pane? Se converte nel corpo di Cristo o viene distrutta o annichilata? Riguardo alla sussistenza delle specie dopo la consacrazione, si domanda se nell'Eucaristia c'è un accidente senza soggetto. Nella conversione fatta nell'Eucaristia è necessario che Dio crei alcuna sostanza? E così via...

Se ci atteniamo al numero, estensione e soprattutto alla sottigliezza del trattato, certamente Giovanni Duns Scoto può dirsi "Teologo dell'Eucaristia". Ma non solo per questo. Benché tutte le questioni si riferiscano direttamente al problema fisico o metafisico che ci crea il fatto di fede nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, che si offre ai nostri occhi senza variazione prima e dopo la consacrazione, si trovano dei riferimenti in cui risulta palese il suo pensiero teologico radicale.

Ma per capire la profonda spiritualità delle sue elucubrazioni, ci illumina la preghiera che spunta quasi congeniale in mezzo ai suoi finissimi ragionamenti sull'esistenza di Dio nell'opuscolo 'De primo Principio'. "Signore Dio nostro, insegna al tuo servo il modo di dimostrare con la ragione ciò che ritiene certissimo per fede". In una parola, Scoto faceva la teologia orando. Spero che questo mio discorso – anche sottile non disturbi, anzi incoraggi la nostra preghiera.

Alla luce di quanto detto domandiamo a Scoto che cosa ritiene fermamente per fede e che cosa ci offre mediante la ragione.


L'Eucarestia espressione dell'amore divino


Nello sviluppo del nostro tema Scoto procede in un modo che possiamo dire circolare. Prima espone in modo generale i dati della fede, poi considera le spiegazioni che si danno da parte dei maestri da lui conosciuti riguardo al modo di farsi la presenza di Cristo, cioè per la transustanziazione. Nella sua sempre sottilmente realista valutazione delle argomentazioni, rigetta il valore apodittico che Tommaso e altri vogliono dare alle loro prove. Poi mostra il motivo definitivo della sua convinzione di fede nella transustanziazione. È qui dove appare la figura genuina di Scoto prima credente che filosofo o teologo. Ma non lascerà senza lavoro la propria ragione.

In primo punto che stabilisce nella prima questione del suo trattato è giustificare come l'Eucaristia è anche sacramento secondo l'idea comune previamente spiegata: "L'Eucaristia è un segno sensibile che, per istituzione divina significa efficacemente la grazia di Dio o effetto gratuito di Dio, ordinato alla salvezza dell'uomo viatore. Però questo non basta. L'Eucaristia si distingue dagli altri sacramenti. Mentre questi consistono in un'azione fugace per conferire la grazia divina, nell'Eucaristia, quel che si consegna all'uomo è lo stesso autore della grazia. Cristo appare nell'Eucaristia come donazione dell'amore più grande di Dio all'uomo. Non un segno transeunte, ma permanente, un segno, spiega, in cui 'le specie sensibili di pane e vino, dopo la consacrazione fatta dal sacerdote, significano il corpo e sangue di Cristo contenuti realmente sotto le stesse specie. Questo fa che sia il più nobile dei sacramenti verso il quale guardano gli altri come alla loro pienezza.

Importante nella concezione cristocentrica di Scoto è il legame che stabilisce tra la presenza sacramentale di Cristo e la sua promessa nel Vangelo:"Ecco che io sono con voi fino a la fine del mondo" (Mt 28,20). Questo non è soltanto l'onnipresenza come Dio. Vuol dire che lui, il Cristo, Verbo incarnato, con il corpo e sangue che furono causa della nostra redenzione, continuerà tra noi nel mondo, e non come un mero segno sensibile, ma nella loro realtà. In questo modo, dice Scoto, ci sentiremo più impegnati nel mostrare a Cristo la nostra riverenza e devozione. C'è il compromesso di Cristo con la creazione, la quale acquisisce il suo senso originale nel piano di Dio che l'ha voluta, dalla materia fino all'uomo, all'interno del Summum Opus del suo amore. Il sommo amore che è Cristo davanti al Padre ci coinvolge tutti. L'Eucaristia costituisce in questo contesto esistenziale l'espressione più profonda, più vicina e pura dell'amore divino. In una parola, insuperabile. Un amore puro, senza condizionamenti, che Scoto propose nella sua visione originale della predestinazione di Cristo.

Dio, aveva detto nel commentario al terzo libro, conosce se stesso come infinitamente amabile ed è beato in questo amore di se. Egli non può ricevere né desiderare alcun vantaggio dall'amore di un altro essere. Soltanto può compiacersi della possibilità di comunicare questo amore e questa beatitudine ad altri: vult alios condiligentes. E nella sua liberalità predestina il primo e supremo amatore: Cristo, il Verbo Incarnato e Summum opus Dei. Anche lui vorrà altri coamanti – perché l'amore non è chiusura, ma apertura nella comunione. E in vista di lui avrà l'esistenza tutto il creato coinvolto in questa diffusione d'amore, della quale saranno espressione coscienti gli uomini. Questo è il mistero dell'amore nella grazia e nella carità data da Dio attraverso Cristo. E Cristo, segno visibile della divinità nel suo corpo umano durante la vita vuole continuare realmente presente nell'Eucaristia: sacramento di lui stesso e, con lui, centro di tutto il creato e donazione suprema dell'amore di Dio nella sua purezza e liberalità originale.
a ritiene fermamente per fede e che cosa ci offre mediante la ragione.


Il sacramento dell'unità della Chiesa


Scoto, come aveva fatto Bonaventura, immagina l'abbandono in cui rimarrebbe l'umanità, se Cristo non fosse realmente presente nel sacramento dell'Eucaristia. In primo luogo, mancherebbero di significato gli altri sacramenti. Con questo viene a dirci che nella Chiesa tutto rimarrebbe nell'aria senza di un riferimento consistente al Cristo reale. Non ci sarebbe modo di tributare a Dio il vero culto di latria, perché mancando l'Eucaristia, non avremmo una significazione sensibile della presenza del Dio personale. E così l'uomo, nella sua tendenza naturale all'adorazione di qualcosa trascendente rappresentata nelle creature, si travierebbe adorando i mille falsi dei che lui stesso si costruirebbe secondo la sua immaginazione pervertita. Scoto non conosceva il detto futuro d'un suo compatriota sei secoli dopo, Gilbert Keith Chesterton, di cui è la frase che quando l'uomo smette di credere in Dio, finisce per adorare il manico d'una scopa.

In seguito Scoto riflette su altre utilità pratiche della comunione eucaristica: una è facile da comprendere in un tempo di accettazione quasi spontanea della fede cristiana e delle leggi della Chiesa. Secondo il precetto della Chiesa i fedeli devono ricevere l'Eucaristia almeno una volta all'anno. Per riceverla degnamente devono purificarsi previamente dai loro peccati mediante la penitenza. Così si sentono costretti a non dimenticare indefinitamente la purificazione della loro anima. Un'altra congruenza o finalità dell'Eucaristia è che la vita spirituale, una volta generata per il battesimo, ha bisogno di essere nutrita per crescere, e nessun alimento è più efficace dello stesso Cristo sacramentalmente significato e presente sotto le specie di pane e vino, la cui forza significativa sta nell'essere i costitutivi essenziali dell'alimento umano.

Ma c'è un'osservazione detta qui per transennam, ma che costituisce un punto essenziale per lo sviluppo della teologia eucaristica. Continuando a parlare delle condizioni per ricevere l'Eucaristia, Scoto afferma che, nel caso di avere coscienza di peccato mortale, l'obbligo di confessarsi prima di comunicare, non è soltanto per farsi perdonare da Dio, ma anche per riconciliarsi con la Chiesa, e così poter ricevere il sacramento dell'unità ecclesiastica. Così definisce l'Eucaristia come Sacramento dell'unità della Chiesa. Chiesa che più avanti chiama Corpo mistico di Cristo, di quel Cristo che secondo lui riassume in se tutto il creato 'fatto in vista di Lui". La stessa perpetuità temporale della Chiesa nel tempo viene legata alla presenza in essa dell'Eucaristia. Il testo di San Paolo ai Corinzi 11, 26: "Tutte le volte che voi mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunziate la morte del Signore finché egli venga (alla fine dei tempi)". La stessa promessa di Gesù "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20) la vede Scoto adempiuta nella presenza eucaristica.


La Chiesa e l'Eucarestia


I teologi, dice Scoto, pensano che la presenza di Cristo si verifica in virtù di un cambio della sostanza del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo, cioè per la transustanziazione. Faccio notare che la maggior parte della bibliografia sull'Eucaristia in Scoto si fissa soprattutto nel suo atteggiamento riguardo alla transustanziazione. Tralascio adesso i lunghi e sottili ragionamenti della logica e della cosmologia medievale, per guardare anzitutto quello che è il nostro tema: il doppio riferimento che Scoto fa dell'Eucaristia alla Chiesa e della Chiesa all'Eucaristia.

Tommaso, citato da Scoto senza nominarlo, affermerà che la transustanziazione si deduce necessariamente dalle parole rivelate "questo è il mio corpo" (Hoc est corpus meum). Poi addurrà come altre prove della transustanziazione quel che abbiamo visto citato da Scoto come convenienza della presenza reale di Cristo. Scoto nega la validità costringente di queste argomentazioni. La transustanziazione non è metafisicamente condizione necessaria per la presenza reale di Cristo nel sacramento. Dio può potrebbe fare che ci fosse la presenza reale di Cristo insieme con la sostanza del pane. Anzi, come segno significativo lo è meglio che gli accidenti senza sostanza. Poi, il pericolo di idolatria è riguardo alle specie senza sostanza lo stesso che con la sostanza.

Davanti a queste considerazioni, conclude Scoto – sorprendentemente!-, si deve scegliere la soluzione della simultaneità della sostanza del pane insieme con il corpo de Cristo, perché è apparentemente più armonica e idonea e meno difficile. (Forse quel professore del Congo aveva finito qui la lettura di Scoto).
Tutti questi ragionamenti, che, come abbiamo visto, lo stesso Scoto aveva addotto per la convenienza della presenza sacramentale, Scoto viene a dire che, se provano qualcosa è la debolezza della ragione di fronte al mistero di Dio, la cui libertà creatrice non si lascia imporre delle regole a partire dai nostri discorsi. E viene di nuovo a precisare quel che crede per la fede e perché. Senza altro crede e confessa che il mistero della presenza di Cristo nell'Eucaristia si tiene come conseguenza della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, scomparendo la sostanza del pane e del vino e rimanendo le loro specie o accidenti. Lo sostengo, dice Scoto, non per le ragioni sopra riferite. E quello che ho detto, cioè, che la verità dell'Eucaristia si potrebbe salvare permanendo il pane senza transustanziarsi, non corrisponde a tutta la verità, poiché Cristo non la istituì in questo modo, bensì secondo l'insegnamento della Santa Romana Chiesa. E cita testi del Concilio Lateranense (IV) sotto Innocenzo III, notando che in esso si dichiara esplicitamente la verità di alcune cose che si devono credere, ma si trovano meno esplicite nel Simbolo degli Apostoli o in quello di Atanasio o di Nicea.

Effettivamente, nel capitolo Firmiter credimus, si dice: Lo stesso Gesù è sacerdote e sacrificio, il cui corpo e sangue si contiene veramente nel sacramento dell'altare sotto le specie di pane e vino....essendo transustanziati il pane nel corpo e il vino nel sangue per la potestà di Dio. Poi la Chiesa ora, come si vede nel Canone della Messa, affinché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Cristo. Non prega per l'impossibile. Dunque si deve sostenere che la sostanza del pane cessa di essere, sparendo in virtù di una conversione e che il suo smettere di essere è la conversione nel corpo di Cristo. E questo, ribadisce Scoto, lo sostengo principalmente per l'autorità della Chiesa, che non sbaglia nelle cose di fede e costumi. Quindi, si deve credere che il significato del corpo di Cristo ci sia soltanto negli accidenti o specie senza la sostanza. E questo in virtù della transustanziazione.

E qui viene quel che ci rivela l'opzione più decisiva per Scoto. E se mi domandi, dice ( t. XVII p.376b), perché la Chiesa volle scegliere una concezione così difficile di questo articolo (di fede), quando le parole della Scrittura si potrebbero salvare nella concezione facile e più vera secondo le apparenze, ti dico che la Chiesa ha formulato e spiegato questo dogma secondo lo spirito con cui è stato scritto o stabilito. E secondo questo spirito, la Chiesa Cattolica lo ha trasmesso, cioè istruita dallo Spirito della Verità. E se ha scelto questo concetto di transustanziazione è perché è il vero. Non è che la Chiesa abbia la potestà di fare che una cosa sia vera o non vera, piuttosto è Dio quel che lo stabilisce. La Chiesa soltanto spiega lo stabilito da Dio, guidata in questo, come si crede, dallo Spirito della Verità. Ecco come Scoto vede il mistero della Eucaristia nel mistero della Chiesa e la Chiesa nel mistero dell'Eucaristia. Proprio due settime fa Benedetto XVI diceva ai membri dell'Istituto Biblico: "Se l'esegesi vuole essere anche teologia, deve riconoscere che la fede de la Chiesa è quella forma di 'simpatia' senza la quale la Bibbia resta un libro sigillato". (Osserv. Romano, lunedì-martedì 26-27 ottobre 2009) 1. Simpatia stretta con la Chiesa quella del nostro Dottore eucaristico


Il mistero della transustanziazione


Ma Scoto, pienamente sottomesso al voler di Dio dentro della Chiesa, ma cosciente della non irrazionalità delle verità rivelate, prova di spiegare cosa può dire lui stesso sulla realtà della transustanziazione. Risparmio anche adesso i lunghi e come sempre sottili ragionamenti di chi non ha fretta di finire argomenti e contro-argomenti. Soltanto vi trattengo con l'ultima spiegazione che ci dà della transustanziazione affermata da lui per fede: Dico che in questa conversione la sostanza del pane non viene annichilata perché nella transustanziazione eucaristica c'è solo un transito adduttivo in cui il termine ad quem (il corpo di Cristo), di per sé di segno (cambio) positivo, non si oppone al termine a quo (sostanza del pane), di per se di segno (cambio) privativo, e quindi la sostanzia del corpo di Cristo non può essere ragione della negazione o scomparsa della sostanza del pane. Si può dunque dire che questa conversione è di sostanza a sostanza, non in quanto all'esse della sostanza semplicemente, ma in quanto al suo hic esse (la sua presenza-qui). E siccome il corpo di Cristo nel suo hic esse (presenza-qui) succede al pane nel suo hic esse (presenza-qui), in questo modo il pane nella sua presenza-qui si converte nel corpo di Cristo nella sua presenza-qui. E questi scambi, benché si verificano tra sostanze, nonostante non sono tra sostanze in quanto sostanze, perché i termini lo sono solo nel modo della presenzialità. È dunque una transustanziazione traslativa e non produttiva. Il pane non perde il suo essere semplicemente per annichilazione, soltanto perde il suo essere-qui.

Questa corrispondenza la chiama Scoto bella (et patet satis pulchra correspondentia). E si vede bene la bellezza della corrispondenza, perché allo stesso modo che il corpo di Cristo acquisisce una nuova presenza senza perdere quella anteriore, il pane, al contrario, perde la sua sostanza senza acquisire nulla. Smette di esser qui senza acquisire un'altra presenza in qualsiasi parte. Grande onore della sostanza di perdersi per dar luogo a Cristo, dico io.

"Perché spiegare la fede con termini così difficili?" Si domanda il prete francese Alain Bandelier. E risponde: Ogni campo di conoscenza suscita il suo vocabolario proprio. Dall'origine, per così dire, la fede cristiana ha avuto bisogno di foggiare nuovi termini e concetti (o rinnovare il loro senso). Eucaristia, Trinità, battesimo sono parole piuttosto "tecniche". Il termine transustanziazione esprime qualcosa che nessun'altra parola può in modo così esatto, e questa parola non è più difficile che polimerizazione in chimica o estabulazione in agricoltura! Senza parlare del vocabolario necessario oggi per parlare di hi-fi o di informatica o di fotografia digitale!.


L'Eucarestia nel mistero dell'Incarnazione


Scoto ci dirà anche, come opinione contraria ad altri dottori, che Cristo nell'Eucaristia, non è privo di nessuna azione immanente. Persino, esercita alcuna operazione che non avrebbe se non fosse nell'Eucaristia. Così oltre alla conoscenza sensibile e intellettuale che possiede in cielo, nell'Eucaristia ha la conoscenza intuitiva delle cose vicine che non potrebbe conoscere intuitivamente dal cielo a motivo della distanza. Conseguentemente alla posizione centrale dell'Eucaristia nella vita della Chiesa e di ogni cristiano, ci saranno degli scotisti nel secolo diciassettesimo che considereranno l'Eucaristia integrata consostanzialemente nel mistero dell'Incarnazione e, quindi, prevista da Dio per diventare, nella creazione, la manifestazione incondizionata dell'amore divino. Mediante l'Eucaristia si compirebbe in qualche modo l'assunzione di tutto il creato in Cristo, manifestando così in un modo nuovo la meraviglia del suo amore.

La presenza di Cristo nell'Eucaristia non è, per Duns Scoto, un'umiliazione, anzi è esaltazione della materia in un servizio di amore. Non è in contraddizione con Francesco nella preziosa ammonizione sull'Eucaristia: O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! L'Eucaristia è ormai un'umiltà di esaltazione: il Cristo glorificato in corrispondenza alla sua amorosa umiliazione: umiliò se stesso, per cui Dio l'esaltò al di sopra di ogni nome. Ed è il Cristo glorioso che è nell'Eucaristia.

I Ministri generali nella prima lettera ricordata all'inizio, mettono questa citazione: «Dico, quindi, come mia opinione, - riguardo alla presenza universale del Corpo eucaristico di Cristo in qualsiasi parte dello spazio e del tempo cosmico-, che già prima dell'Incarnazione e prima che "Abramo esistesse", nell'origine del mondo, Cristo poté aver avuto una vera esistenza temporale in forma sacramentale... E se questo è così, si segue che l'Eucaristia poté aver esistito prima della concezione e della formazione del Corpo di Cristo nel purissimo sangue della Beata Vergine». (Oxoniensis, IV, d. 10, q. 4, n. 6.7; Ed. Vivès XVII, 232a. 233a). Queste parole sono in realtà di Antonio Hickey (+1641) nel suo commentario a un detto di Scoto distinguendo il modo di essere nella natura e il modo di essere secundum quid, cioè nell'Eucaristia. E non vede come contraddittoria la separazione anche temporale dei due modi di essere... Io non entrerò in questa supposizione, che ben potrebbe essere un vaticinio della teoria della relatività di Einstein.


Conclusione


Tutti questi discorsi che avete sentito, forse più con pazienza che con ammirazione, erano nella mente e nel cuore di Duns Scoto la chiamata urgente di un amore infinito che nell'oscurità del mistero diventa più desiderabile. Scoto accetta con la fede e, pregando, intuisce l'Eucaristia completando la grandiosità definitiva del disegno del Padre di mostrar nel creato la meraviglia del suo amore. Era l'incarico della Trinità a Cristo Verbo incarnato. Voluto come centro assoluto di tutta la creazione fece visibile l'amore di Dio con la donazione di se stesso con amore casto e purissimo nell'umiltà della croce. Ma l'amore domanda vicinanza, è per questo che l'umiltà della croce acquista un modo nuovo per non allontanarsi dei suoi amici pellegrini sulla terra. E continua donandosi nell'umiltà dell'Eucaristia con una attrazione di amore che ci congrega per formare il suo corpo mistico che è la Chiesa, che siamo noi.bbe essere un vaticinio della teoria della relatività di Einstein.

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