6. La questione della dottrina

Per quanto concerne la dottrina, man mano che i volumi venivano alla luce, sempre più si delineava la ortodossia dell'insegnamento di Scoto, così come appare dal suo testo genuino, e non dalla corruzione perpetrata dagli amanuensi e da discepoli sprovveduti.

Contestualmente la Commissione si accinse anche a dare una risposta esplicita e particolareggiata alle singole «Animadversiones» del terzo Censore.

Molte obiezioni caddero facilmente, in quanto tratte da opere attribuite a Scoto, ma che di Scoto sono risultate non essere.

Altre obiezioni si volatilizzarono rapidamente quando si ritornò ad un principio fondamentale da tener presente in questi casi. Il grosso equivoco del terzo Censore era stato quello di aver preso come metro per l'esame della ortodossia di Scoto non la Scrittura e il Magistero, ma le opere di S. Tommaso, mentre la dottrina di un autore non va esaminata col metro delle opere di S. Tommaso, o di qualsiasi altro maestro o dottore, ma con quello della Rivelazione.

Fu merito dunque della Commissione Scotista l'aver dimostrato che la teologia scotista e tomista non sono opposte, ma si giustappongono. Entrambe professano chiaramente e fedelmente il dogma cattolico, che poi cercano autonomamente di illustrare con la ragione.

Tommaso e Scoto erano stati messi in opposizione l'uno contro l'altro da tomisti e scotisti, fino a far dire al Caietano che Scoto aveva voluto distruggere «singula prope verba» della prima parte della Somma teologica.

In realtà Duns Scoto non svolse principalmente il suo dialogo e la sua dialettica con S. Tommaso, né con gli altri dottori del tempo passato (che egli peraltro considerava già «antiqui», cioè antiquati), bensì con i suoi contemporanei: Enrico di Gand, Goffredo di Fontaines, Egidio Romano ecc. Dall'apparato critico e dagli Indici della nostra Edizione Vaticana ciò è più che evidente.

 

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