Le distinzioni 8-13

Le tappe che Duns Scoto segue nell'esposizione, si possono così delineare:

Nella dist. 8 in primo luogo presenta e spiega la definizione dell'Eucaristia e l'eccellenza predominante di questo sacramento rispetto agli altri.

Passa poi a parlare della sua duplice forma consacratoria, riguardante cioè il pane e il vino, -distinguendo le parole che nella forma sono essenziali, da quelle che non sono tali, ma solo completive, ed evidenziando il loro valore terminale. Si tratta, come dice Scoto, di una discussione "subtilis et logica" (d. 8 n. 141), sebbene per il teologo sia sufficiente ritenere che la forma è lo strumento istituito da Dio, il quale lo assiste perché al termine della prolazione abbia la sua piena efficacia e verità: Dio cioè opera perché la forma all'atto del suo pronunciamento finale abbia la verità che esprime.

Segue l'esposizione delle condizioni e disposizioni necessarie per celebrare e ricevere degnamente e fruttuosamente l'Eucaristia.

Nella dist. 9 Duns Scoto spiega la gravità del peccato che commette chi celebra e riceve l'Eucaristia indegnamente, cioè in peccato mortale.

Segue la dist. 10, amplissima, suddivisa in tre parti, in cui Duns Scoto esamina la verità dell'Eucaristia, cercando di spiegare - per quanto è possibile - che essa non contrasta con la ragione umana ma è in qualche modo comprensibile da essa: su alcuni principi filosofici Scoto non si sofferma più di tanto, in quanto si tratterebbe di una discussione troppo lunga: "quia nimia esset prolixitas" (d. l0 n. 25). Comunque cerca di illustrare come Cristo possa essere presente sull'altare senza movimento locale, come possa essere 'quanto', cioè avere quantità, senza il modo quantitativo, come ci possa essere presenza locale contemporanea in più luoghi, in cielo e in terra; con quali parti del suo essere e con quali azioni immanenti Cristo sia presente nell'Eucaristia; inoltre, se Cristo nell'Eucaristia abbia movimento corporale; se qualche intelletto creato o qualche senso possa percepire l'esistenza di Cristo nell'Eucaristia.

La dist. 11 è tutta dedicata al problema della transustanziazione: alla sua possibilità, alla sua essenza, ai problemi connessi (come l'annihilamento, la corruzione o la permanenza del pane e del vino), come possa esserci transustanziazione di un corpo in un altro pre-esistente, o se piuttosto si debba parlare di transustanziazione "adductiva", in quanto "per ipsam adducitur terminus ut sit hic» (d. 11 n. 166-173); se si debba usare pane azzimo o fermentato, vino d'uva o altro, ecc.

Nella dist. 12, lunghissima, il discorso è concentrato sugli accidenti nell' Eucaristia.

La dist. 13 è dedicata all'azione divina nella confezione dell'Eucaristia: in essa cioè solo Dio è l'agente principale, mentre come causa strumentale subentra il ministro o sacerdote, e ciò per disposizione divina.

La spiegazione che Scoto offre della transustanziazione, mediante la quale cioè il corpo di Cristo Risorto, esistente nel Cielo, non riceve nel sacramento dell'Eucaristia un nuovo "esse simpliciter", ma un nuovo "esse hic", che sostituisce l'essere-qui della sostanza del pane e del vino, - tale spiegazione, dico, dopo il Concilio di Trento (che ha convalidato e riaffermato come vera spiegazione dell'Eucaristia il concetto e il termine di "transustanziazione"), viene ripresa, ampiamente illustrata e difesa da molti teologi post-tridentini, come i gesuiti S. Roberto Bellarmino, Vàsquez, Gregorio di Valencia, ecc.

E' chiaro che si tratta di tentativi di spiegazione, che non potranno però mai pienamente spiegare il mistero della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia.

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