Guido ALLINEY (Università degli Studi - Macerata) ha ripresentato, nel suo contributo, una delle tesi più audaci del Dottor Sottile, secondo la quale la libertà dei Beati nella visione beatifica conserva un’assoluta contingenza da valutare in relazione alla contingenza degli atti divini ad extra.

 


Prof. Guido Alliney

 

Tema: Come diventare beati? Meriti umani e accettazione divina

L’intervento intende considerare la teoria della volontà di Scoto da due punti di vista differenti e complementari: i) all’interno della storia del concetto di libertà, che assume significati diversi da Agostino a Suárez; ii) in confronto ai diversi giudizi che gli storici attuali hanno formulato sulla concezione scotiana della libertà.

Dal primo punto di vista si mostrerà come per Agostino e ancora per Anselmo la libertà è intesa come uno stato di perfezione che, in quanto tale, consiste nella necessità dell’adesione al bene. In base a questa concezione la possibilità di scelte indifferenziate (ad utrumlibet) non è considerata parte della libertà. Questo modello statico della libertà è espressa in termini di inerenza di una caratteristica a un soggetto: la libertà è il dono di Dio che Adamo ha perduto.

Nella seconda metà del XIII secolo, grazie anche alla disponibilità dei testi aristotelici come l’Etica Nicomachea e la Metafisica, inizia un profondo cambiamento: la libertà è concepita (anche) nel suo aspetto potestativo e non solo in quello estatico. Il processo è facilitato dalla nuova concezione dinamica introdotta dalla coppia metafisica potenza/atto: la libertà diviene la caratteristica di una volontà intesa come potenza attiva che in quanto tale si differenzia dagli agenti naturali. Molti teologi del periodo svilupano dottrine che inseriscono elementi di questa nuova concezione del volere all’interno di un pensiero che resta legato al modello precedente di libertà (ad esempio Enrico di Gand).

Scoto compie dei passi ulteriori e decisivi, negando ad esempio ogni capacità propulsiva alla tendenza naturale della volontà umana, che assume le caratteristiche di una potenza autoreferenziale sempre capace per la propria intrinseca dinamicità di scegliere senza alcuna necessità. La libertà si avvicina al puro potere sui propri atti, ma Scoto non giunge a questo esito perché sviluppa una teoria complessa ed elegante che lega assieme la libertà umana e quella divina tramite il concetto trascendentale.

Il modo scelto per cogliere i molteplici aspetti della concezione della libertà di Scoto è quello di analizzare il caso della beatitudine, e in particolare la questione della sua perpetuità, perché in esso convergono nel loro agire sia la volontà umana sia quella divina, venendo pericolosamente a contatto. Si vedranno così le difficoltà e le soluzioni di Scoto e si tenterà di valutare il suo pensiero in base alle griglie classificatorie usate da diversi studiosi attuali (anselmiano, indeterminista, compatibilista).

In conclusione, si vedrà che è difficile applicare tali categorie al pensiero di Scoto, un pensatore originale che cerca un equilibrio nuovo fra tradizione e innovazione. Egli, infatti, non compie l’ultimo passo verso la modernità: quello di escludere dalla libertà ogni forma di necessità per ridurla alla mera possibilità di poter sempre agire in base al proprio arbitrio. Sarà Ockham, e poi tanti altri fino a Francisco Suárez e oltre, ad affermare esplicitamente, in aperta contraddizione con la concezione di Anselmo, che le azioni necessarie della volontà, per quanto possano essere buone, non sono libere.

 

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